Cavalieri, Falsi e Cortesi
Liberamente ispirato a “Cavalieri” di Aristofane
Scritto e diretto da Scilla Gerace e Davide Petrillo
Aiuto-regia: Valentina Genero
Costumi a cura di Valeria Bosco
Supervisione laboratorio di Fiammetta Fazio, Antonella Floridi e Annalisa Ferruta
Anno di realizzazione: 2023
Debutto al Nuovo Teatro Faraggiana di Novara il 8 Giugno 2023
Presentato al Festival LAIVin 2023
Presentato alla Settimana della Cultura Classica di Lovere 2024
Presentato al Festival Città in Scena 2024 del Nuovo Teatro Faraggiana
Menzione di merito nella categoria “Miglior Lavoro Complessivo” alla X edizione del Festival Thauma dell’Università Cattolica di Milano (2025)
“L’opera racconta le avventure di Demostene e Nicia, servi del tirannico Chef Cava, cuoco pluri-stellato di alta cucina; e della severissima Donna Lieri, cuoca legata alla tradizione. I due ristoratori si contendono la piazza di Atene con i loro ristoranti e le loro brigate, in una sfida ideologica sul valore della cucina. A destabilizzare il quieto vivere del luogo è l’arrivo di Xantia, cuoca new age che, insieme al suo servo Nike, giunge in città per aprire un nuovo locale. Mentre Chef Cava e Donna Lieri tenteranno di cacciarla, i nostri Demostene e Nicia, bramosi di farla pagare ai loro padroni, escogiteranno un piano in favore della nuova arrivata servendosi di due facoltosi clienti, delle brigate e di Popolo, ossia il pubblico stesso, che sarà chiamato a esprimere pareri e opinioni che cambieranno per sempre le sorti della piazza greca.”
“I Cavalieri” di Aristofane è una delle commedie più politiche del famoso drammaturgo; un attacco diretto a Cleone, politico ateniese. Centro del racconto è “un lungo, feroce e inesauribile dibattito fra il demagogo al potere e l’uomo che i benpensanti vorrebbero mettere al suo posto”; e che trova compimento nella regola secondo cui “per scalzare il demagogo, bisogna essere peggio di lui, cioè più abili a ingannare il Popolo” (citazioni da “Il Teatro Greco – Commedie”; saggio introduttivo di Guido Paduano; edizioni BUR). Lo scontro dialettico tra i personaggi della commedia assomiglia a un parapiglia tra persone indegne persino di essere ascoltate; ma che Aristofane mette al centro della sua opera, come è solito fare nelle sue commedie, per svelare i peggiori vizi umani. La riscrittura dell’opera parte da alcune necessità: la prima, allontanarsi da una rappresentazione canonica e che porti ad un semplice scontro tra le parti; dall’altra, utilizzarla come spunto per calare all’interno di essa il linguaggio della Commedia dell’Arte; ispirandosi ai testi goldoniani e alle osservazioni e insegnamenti di Dario Fo.
Ecco quindi come “Cavalieri, Falsi e Cortesi” parte con due personaggi che sono già il peggio del peggio: Chef Cava e Donna Lieri, ristoratori che, insieme alle loro brigate, difendono ognuno la propria ideologia. Entrambi sono un allegoria dei politici moderni; e il cibo (elemento ricorrente nelle opere di Aristofane) rappresenta simbolicamente da una parte il desiderio di potere e dall’altra un’esca con cui ingannare gli altri. Difatti, se dapprima si scontrano su chi meglio serve il Popolo; al primo problema lo usano e insultano per far valere le proprie ragioni (dalla riscrittura: “Non c’è clientela, e quei pochi che ci sono, sono spilorci e lasciano debiti”; “Hanno tutti un piede nella fossa”). Il problema in questione è Xantia, nuova ristoratrice; che non è altro che la rappresentazione di un nuovo partito politico. Xantia è, però, il meglio che c’è sulla piazza; e questo è il ribaltamento principale a Cavalieri: se nel testo originale, Demostene e Nicia, i due servi di Demos, si servono del Salsicciaio (il peggio) per farla pagare al meschino servo Paflagone; nella nostra reinterpretazione, Demostene e Nicia vogliono spingere il meglio; “il nuovo che avanza”; mettendo caos tra i personaggi negativi della storia. Non solo Chef Cava e Donna Lieri, quindi, ma anche Teoro e Oroteo, facoltosi clienti dei due ristoranti; che non sono altro che la reinterpretazione di Pantalone e Il Dottor Balanzoni.
E il coro? L’elemento per eccellenza del teatro greco non resta in secondo piano. Anzi, si moltiplica: a commentare lo scontro ci sono le due brigate di cucina; contraddistinte da divise completamente diverse. La “brigata stellata” caratterizzata da giacche da cucina; con la maschera dello Zanni (tradizionalmente, il più povero dei servi della commedia) a rappresentarne da una parte la “spigolosità” del portamento (tutti dritti, come un esercito); e dall’altra la stanchezza e la fatica che comporta il lavoro “di fino”. La “brigata d’osteria”, invece, caratterizzata da grembiuli sporchi, torcioni sulle spalle, capelli raccolti con elastici e mollettoni; e la maschera di Arlecchino come base per un’entità dai modi più simili a Brighella; più sfacciati, arroganti; meno “precisini” nel lavoro, ma più passionali (come Arlecchino, costantemente innamorato). Questi cuochi stanchi, ma appassionati, diventano il motore scenico della commedia: il loro ingresso in scena è quasi sempre accompagnato dalla musica; i loro interventi, dapprima di contorno, assumo sostanza e concretezza con lo svolgersi della storia: dai cori da stadio fino a vere prese di posizione; contro nemici diversi prima, ma poi uniti da un unico sentire. Fino a giungere al “magna magna” finale; a quel “tarallucci e vino” tutto nostrano, che vuole sottolineare l’abitudine umana del chiudere un occhio e mettersi d’accordo; senza curarsi di chi rimane con portafogli e pancia vuoti.

















