Le Vespe

Liberamente ispirato alla commedia di Aristofane

Scritto e diretto da Davide Petrillo e Scilla Gerace
Aiuto regia e trucco: Valentina Genero
Supervisione ai costumi: Valeria Bosco
Con la supervisione di Fiammetta Fazio, Antonella Floridi e Annalisa Ferruta
Oggetti di scena: Antonio Gerace e Francesca Gerace
Debutto al Nuovo Teatro Faraggiana di Novara l’11 Giugno 2024
Presentato al Festival LAIVin 2024
Presentato alla Settimana della Cultura Classica di Lovere 2025
Presentato al Festival Città in Scena 2025 del Nuovo Teatro Faraggiana

Vincitore del 1° premio nella categoria “Miglior Lavoro Corale” alla XI edizione del Festival Thauma dell’Università Cattolica di Milano (2025)

IN SCENA
Lucrezia Maria Balbo, Ruben Spunton, Alessia Salvo, Giulia Dimaria, Marta Fontana, Caterina Stellato,Guglielmo Balboni, Alice Milos, Giulia Agnesina, Chiara Crepaldi, Lorenzo Guaita, Camilla Albanese, Alessia Volpe, Avril Campanati, Gaia Siminelli, Giorgia Vanolo, Beatrice Bolognesi, Nicole Carena, Irene Casanica, Camilla Lepore, Elisa Scalabrin, Elena Rago

“Nei bassifondi di Atene vive un gruppo di disgraziati, abbandonati a se stessi e a una vita di stenti, in cui l’unica gioia e fonte di sopravvivenza è fare da giuria nel tribunale popolare. Uno di loro, Filocleone, è particolarmente ossessionato da questo compito, così tanto che è pronto a giudicare colpevole chiunque per il solo piacere di fare del male. Suo fratello, Bdelicleone, cerca di contenere questa smania del giudizio a ogni costo. Prova in tutti i modi, ma il fratello è senza freni. La contesa fra i due muove gli animi volubili di questo gruppo di Ateniesi, non consapevoli che la foga irrefrenabile di Filocleone li porterà a un punto di non ritorno.”

Giudicare, lo giuoco più giocato.
Questo è il punto d’ispirazione per il terzo lavoro sulle commedie di Aristofane, a conclusione di una trilogia che ha voluto fin da subito indagare il mondo contemporaneo attraverso le opere del famoso commediografo. Il nostro tempo è dominato da questo vizio (o mania) di puntare il dito contro gli altri, dove nessuno, ma proprio nessuno, si astiene dal dire la sua. A qualsiasi livello, l’uomo adora essere giudice delle vite altrui, e non lo fa solo chi sta al potere, ma anche chi sta ai livelli più bassi della scala sociale. Perché c’è sempre qualcuno che, per un motivo o per un altro, va giudicato e punito. E se non è qualcuno che sta più in basso di noi, è qualcuno che si può far cadere dal suo piedistallo. Questo continuo giudicare ci trascina tutti in un pozzo che si scoprirà presto essere senza fondo.

Nella nostra riscrittura, la lotta generazionale del testo viene sacrificata in virtù di una reinterpretazione che mette tutti sullo stesso piano: non è più una questione di giovani contro vecchi, ma di follia condivisa. Difatti, studiando a fondo la figura di Filocleone, sganciata dalla controparte reale tanto bersagliata da Aristofane, emerge fortissima un’identità folle, fuori di sé, che non si adatta a nessuna logica, ma anzi accoglie le altrui visioni per poi distruggerle. A tutto questo, si oppone la flebile lucidità di Bdelicleone, nella veste di fratello del protagonista, che tenta con i suoi discorsi di porre un freno alla smania di giudizio ed esorta il coro e il fratello Filocleone a una vita più moderata, in cui il cittadino si occupa solo degli affari privati, lasciando quelli pubblici a chi se ne occupa di mestiere. Ma anche questa visione, che può essere considerata ragionevole, cela un errore di giudizio da parte di Bdelicleone che distorce e travisa il senso di ciò che chiamiamo “cittadinanza”. Richiamando la famosa citazione da “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, “se Dio non esiste, tutto è permesso”, in questo caso si può dire: “se la città è corrotta, allora tutto è permesso”. Ed è proprio grazie a questa distorsione che la frenesia distruttrice di Filocleone prenderà il sopravvento e Bdelicleone incontrerà il suo destino.

In questa rivisitazione, il coro rappresenta gli ultimi che, nonostante la situazione critica, continuano imperterriti ad aggrapparsi a quel poco che possono guadagnare andando al tribunale e a dei rituali che in qualche modo danno loro la possibilità di sentirsi importanti.
“La giustizia è roba nostra!” gridano gli attori all’unisono, ben coscienti di essere rifiuti umani, abbigliati con sacchi della spazzatura e vecchie sciarpe logore. Il loro linguaggio, raffazzonato è a tratti ispirato a quello comico-medievale de “L’Armata Brancaleone”, caratterizza un’entità mutevole, che si sposta come una banderuola a favore prima di uno e poi dell’altro, facendosi convincere, forse per mero guadagnano, da chi in quel momento tiene il coltello dalla parte del manico.

A livello drammaturgico, la riscrittura ha seguito più da vicino la scansione delle scene della commedia aristofanea. Ne è risultato un’opera dal ritmo incalzante, ma che richiede una grande attenzione sulle parole, in quanto “Le Vespe” è un testo complesso, maturo. L’ostacolo principale del lavoro è il linguaggio scelto, accompagnato a soluzioni sceniche che aiutino lo spettatore a seguire il discorso anche attraverso il corpo e le azioni degli attori. Infatti, si è fatto uso di coreografie corali minimali alla ricerca della precisione dei movimenti: gli attori compiono gesti in sincronia, parlano in costante movimento, danzano in linea sulle musiche rivolgendo sguardo ed energia verso lo spettatore.

“Le Vespe” è un’opera che attua una feroce critica nei confronti dei cittadini e del cosiddetto “Popolo”, un’entità promiscua che nei momenti di crisi può prendere forme “mostruose” e in cui la voce dell’individuo viene messa a tacere.